Suor Maria Grazia da Oneta per salvare il piccolo Gabriel dell’Ecuador.

Suor Maria Grazia da Oneta e la corsa contro il tempo per raccogliere fondi per salvare il piccolo Gabriel dell’Ecuador

 

Un bambino di nove mesi con il fegato che non funziona.

Una corsa contro il tempo per riuscire a trapiantarne uno nuovo.

Una raccolta fondi per pagargli le spese mediche e il viaggio dall’Ecuador a Bergamo.

È questa l’ultima sfida di solidarietà e bontà che sta impegnando l’estate di suor Maria Grazia da Oneta.

«A marzo sono tornata in Ecuador per visitare le mie consorelle. Lì nel barrio Pisulì di Quito ho incontrato Jessica che mi ha presentato suo figlio Gabriel e mi ha detto: “purtroppo è destinato a morire in fretta perché ha bisogno del trapianto di fegato. Qui in Ecuador non si riesce a fare. Quindi l’unica possibilità sarebbe riuscire a portarlo all’estero.” Io al momento non ho risposto che sarei riuscita, ma ero consapevole che qui a Bergamo per i problemi pediatrici c’è l’eccellenza del nostro ospedale Papa Giovanni XXIII.»

Così a fine mese suor Maria Grazia rientra in Italia e subito si mette all’opera per cercare di aiutare il piccolo Gabriel.

Mail, chiamate e incontri.

Con speranzosa alacrità la consorella di Oneta inizia ad intessere una rete di solidarietà e riesce a fissare un appuntamento con il primario del reparto di pediatria dell’ospedale bergamasco.

«Ho portato con me la cartella clinica di Gabriel, così il primario ha potuto confermare che ha bisogno del trapianto di fegato. La mamma potrebbe donarlo, il problema resta quello dei soldi. Il nostro sistema sanitario nazionale non garantisce l’assistenza gratuita per gli stranieri, per cui abbiamo chiesto il preventivo. Il costo dell’operazione è stimato tra i 135 e i 155 mila euro. In più bisogna aggiungere le spese per il viaggio di Gabriel e i suoi genitori e il loro alloggio qui in Italia in quel periodo.»

A questo punto la missionaria si chiede: «Lo lasciamo morire o tentiamo di dare un fegato nuovo a questo bimbo?»

La risposta di suor Maria Grazia non può essere che quella di provarci: «La provvidenza mi ha fatto prendere contatto con tante persone che mi hanno sostenuta, mi hanno incoraggiata e mi hanno dato forza. Così mi sono data a questo progetto.»

Con l’aiuto divino e con la voglia di aiutare il prossimo della consorella, in pochi mesi tante iniziative sono nate per raccogliere i fondi necessari per salvare il bimbo di Quito.

Il Gruppo missionario di Oneta, per esempio, sabato 20 luglio 2024 ha organizzato una cena con concerto per raccogliere un po’ di offerte.

«Per lo stesso scopo anche la Comunità del pane di Ponte Nossa vorrebbe inscenare degli spettacoli in strada e stanno cercando delle piazze disposte ad ospitarli. Nel frattempo un grande benefattore ha già promesso una grossa cifra.»

A sorreggere a livello organizzativo ed economico questo tam-tam di beneficenza c’è il Centro missionario diocesano, che mette a disposizione il suo conto corrente per tutti quelli che vogliono fare una donazione.  La causale è “Gabriel 2024” e il codice Iban è IT 38 B 05387 11100 0000 4272 7731.

Chi vuole usufruire della detrazione fiscale può fare un bonifico sul conto intestato ad Associazione Websolidale onlus che ha come Iban: IT 95 C 05387 53700 0000 0374 5216.

L’obiettivo è raggiungere i 200 mila euro necessari per coprire tutte le spese: dall’operazione, al viaggio e all’alloggio.

«Il primario di Bergamo, dopo che il mese scorso ha visto gli ultimi esami di Gabriel ha detto che al massimo abbiamo tempo un anno e mezzo.»

Perciò gli amici di suor Maria Grazia sono sempre più tanti e più impegnati nel raggiungere la somma richiesta.

La religiosa di Oneta, tra una chiamata e un incontro, prepara le valigie per tornare a Quito a visitare le consorelle, per abbracciare il piccolo Gabriel e la sua famiglia.

«Adesso torno in Ecuador qualche volta all’anno. Ma fino al 2020 ho vissuto lì.»

Ebbene sì, sono 25 gli anni che suor Maria Grazia ha vissuto nel paese sudamericano.

«Sono partita nel 1995. Ho lasciato il mio lavoro da insegnante di ruolo e sono andata in Ecuador. Le mie consorelle erano già lì dal 1986.»

Infatti la Congregazione delle piccole apostole della scuola cristiana, nata nella bergamasca dall’idea della maestra Maria Elisabetta Mazza, risponde all’invito dell’allora vescovo di Esmeraldas di andare sulle rive del Pacifico ad aiutare.

«La nostra superiora ha accettato e così abbiamo dato avvio all’esperienza missionaria. Io non sono partita subito perché ero ancora giovincella.»

Negli anni Ottanta la donna di Oneta nata nel 1961 ha già deciso di consacrare la vita a Dio: «Ero da poco diplomata alle magistrali. Ho lasciato mia mamma, i fratelli, il paesello e gli amici. Certo non è stato facile nemmeno quello di momento, però la vocazione chiede anche questo.»

Ma la decisione di Maria Grazia di entrare in convento il 20 settembre 1980 non piace a tutti: «Alcune zie continuavano a ripetermi che ero matta. Però quando il Signore chiama non c’è altro che dir di sì. Ancor oggi sono felicissima di averlo detto e non me ne pento per niente.»

Chi invece non l’ha mai ostacolata e l’ha sempre assecondata è stata sua mamma Giulia Bendotti: «Nonostante le fosse morto il marito ad inizio giugno è sempre stata molto comprensiva e non mi ha mai fatto pesare che aveva perso due membri della famiglia nel giro di pochi mesi. Finché è vissuta, fino allo scorso gennaio, non ha mai preteso che tornassi a casa.»

E da Oneta suor Maria Grazia se ne va.

Attraversa l’oceano Atlantico e arriva nella capitale dell’Ecuador: «Quando sono arrivata a Quito, nel barrio Pisulì ancora non c’era niente. Era la periferia dove arrivavano tuti, dalle province, dalla Colombia e dal Venezuela per cercare il sogno della città e per trovare lavoro. Arrivavano dai campi e vivevano in catapecchie o casupole da niente. Lì non c’era nessun appoggio, nessun servizio né sociale né religioso. Abbiamo iniziato a disboscare un terreno che ci avevano donato, per poter costruire un piccolo centro. Da allora abbiamo formato una comunità, sia spirituale che materiale.»

Così le Piccole apostole della scuola cristiana, in questo quartiere a circa 3000 metri d’altitudine, riescono a costruire una chiesa, la mensa, il teatro e il doposcuola per i bambini.

Organizzano anche la catechesi e la Caritas locale.

Nel 2017 questo grande lavoro di Maria Grazia e delle sue consorelle viene premiato dalle istituzioni ecclesiastiche: «La nostra comunità è stata riconosciuta come parrocchia di Nuestra Señora de la Asuncion. Adesso, perciò, abbiamo anche l’appoggio del parroco che prima non c’era.»

Finché a fine 2020 per motivi interni di gestione della Congregazione la religiosa di Oneta torna in Italia: «Quello in sud America è stato il periodo più forte e ricco della mia vita. Ho sentito di potere dare qualcosa, ma di aver ricevuto moltissimo dalla gente in accoglienza, in fede e in semplicità che mi hanno aiutato a capire l’essenziale della vita, che è proprio attaccarsi a Dio e confidare il Lui.»

Questi cinque lustri vissuti in missione sono stati per suor Maria Grazia la realizzazione di un sogno cullato sin dall’infanzia: «Da quando i missionari venivano ad Oneta e ci facevano vedere i loro filmini, ci parlavano di Gesù e di aiutare i poveri.»

Certo all’inizio questo cambiamento di vita non è facile nemmeno per la religiosa classe ’61: «Il primo periodo a Quito ho fatto fatica. È stato un po’ come tornare bambini: ho dovuto imparare di nuovo la lingua, ho abbandonato le amicizie e ne ho create delle nuove. Qui in Italia avevo il mio lavoro, tutto quello che conoscevo, insomma la mia zona confort, invece ho dovuto abbandonarla e ho dovuto ricominciare da capo e imparare di nuovo tutto. Malgrado questo adesso mi sento quasi più ecuadoriana che italiana.»

Vivere in un altro continente ha permesso a suor Maria Grazia di aprire i propri orizzonti e di scoprire che «al mondo siamo tutti uguali, perché nonostante ci siano le diversità culturali, alla fine gioiamo, ci preoccupiamo e piangiamo tutti per le stesse cose, a tutte le latitudini.»

Buona parte dei 63 anni di vita passati non all’ombra del monte Alben.

Tanti vissuti addirittura lontani dalle Orobie e dal fiume Serio.

Però suor Maria Grazia, nel suo cuore ha sempre tenuto un cantuccio libero per il «mio paesello: Oneta. Anche se è piccolo, un po’ sperduto e quasi nemmeno i bergamaschi sanno dove sia, io lo amo tremendamente e anche adesso quando c’è l’opportunità ci vado volentieri. La gente la sento molto vicina.»

Proprio questo rapporto di affetto e vicinanza tra la consorella e la sua terra emerge in questi mesi, durante questa ennesima impresa di solidarietà in cui si sta impegnando suor Maria Grazia.

Il Gruppo missionario di Oneta sta cercando di fare il possibile, ma c’è bisogno dell’aiuto tutti perché un bimbo di nove mesi possa continuare a crescere e a vivere.

Ognuno può farlo donando qualcosa di quello che ha, perché senza i fatidici 200 mila euro Gabriel non potrà avere un fegato nuovo e purtroppo non potrà mai diventare un uomo.

 

 

 

Tratto da:
numero del 2 agosto 2024 di Araberara.it
https://www.araberara.it/inchieste_interviste/suor-maria-grazia-da-oneta-e-la-corsa-contro-il-tempo-per-raccogliere-fondi-per-salvare-il-piccolo-gabriel-dellecuador/