I 100 anni di don Mario Ravasio: «Il bene c’è, è umile e non fa fracasso»

Il decano della Diocesi.
Don Ravasio domani festeggia il secolo di vita, il 2 gennaio 2023 la Messa col vescovo
«Noi preti rivolgiamoci ai giovani con parole semplici»

«Il bene c’è, è umile, non fa fracasso».
Don Mario Ravasio incarna questo messaggio di fiducia, che consegna come un dono alla fine di un’ora di chiacchierata.

Domani, 1° gennaio, compie cent’anni.
È il decano della Diocesi di Bergamo.
Il 2 gennaio, il vescovo Francesco Beschi, i confratelli e i familiari lo festeggeranno con una Messa di ringraziamento alle 11 nella chiesa di San Giuseppe, in via Garibaldi.
Gli hanno chiesto di prendere la parola, e lui si sta preparando. «Cosa volevo per il compleanno? Negòt. Ma obbedisco, ho scritto due paginette».
Dalle vetrate della sala lettura della Comunità missionaria dei preti del Sacro Cuore filtra la luce di un inverno mite.

Da quando è stato ordinato sacerdote, 75 anni fa, questa è la sua casa.
Racconta con l’aria di un fanciullo, sorride nel mettere in fila gli episodi di un’esistenza lunga e intensa.
L’udito fa un po’ le bizze, ma la memoria non difetta.
«Le difficoltà e le preoccupazioni non sono mancate, ma sono contento di quello che ho fatto. Dove sono stato chiamato sono andato, e non ho mai avuto problemi», dice.
Lo spirito di servizio e la Parola di Dio sono stati il faro.
Quello che ha seminato lo sta raccogliendo ancora oggi, circondato dall’affetto degli ex parrocchiani, degli ex studenti che gli scrivono e vengono a trovarlo (anche dalla Valtellina), coccolato dai dieci sacerdoti del Sacro Cuore.

Don Mario nasce il primo giorno dell’anno, nel 1923 a Redona, allora Comune.
Una famiglia semplice, il papà lavora sul tram di Albino, un fratello più piccolo e tre sorelline perse presto.
«Ho avuto una giovinezza normale – ricorda -, andavo all’oratorio, studiavo. Mio papà mi ha dato una “pesata” quando ha scoperto che giocavo a pallone con le scarpe nuove. Ero in Seminario al tempo della guerra, mancava da mangiare, non c’erano i libri».

La vocazione come una scintilla che scatta quando Pio XI istituisce la festa di Cristo Re:
«Allora in Messico c’erala rivoluzione, i giovani erano perseguitati e prima di essere fucilati gridavano “W Cristo Re“. Quella è stata la molla del desiderio di consacrare la vita al Signore, poi il Signore ha fatto il resto, ha consolidato quella luce, nell’incontro con le persone, nelle parrocchie, in Seminario».

Il 31 maggio 1947 prende Messa e subito viene mandato nella Comunità missionaria dei preti del Sacro Cuore, in città.
Per trent’anni sarà vicedirettore e direttore della Casa dello Studente Papa Giovanni XXIII (1947-67), poichiamato a dirigere il convitto Pietro Paleocapa (1967-76), che ospita gli studenti dell’Esperia.

Gli occhi chiari, resi più liquidi dall’età, guizzano nel raccontare degli anni a fianco dei ragazzi.
«Ero stato chiamato dal vescovo di allora per tenerli a bada e con loro avevo messo in chiaro subito le cose: non sono qui per fare il carabiniere, ma a cercare di farvi da mamma e papà mentre i vostri genitori lavorano per mantenervi gli studi».
Rigore e dolcezza, per farli rigare dritto.
La forza del silenzio, quando necessario, e «delle parole semplici. Per parlare ai giovani bisogna usare il loro linguaggio. Anche adesso saprei parlare loro. Noi preti dobbiamo predicare con voce alta, parole semplici, senza tirarla troppo lunga e parlando anche con gli occhi, non solo con la bocca», non ha dubbi don Mario. «Insieme abbiamo anche riso e scherzato – s’illumina – , come una sera che li ho colti sul fatto, erano usciti a prendere le pizze».

E poi ci sono i pellegrinaggi, 82 in Terra Santa, oltre cento compresi Lourdes, Fatima, Loreto.
«Il direttore della Ovet mi aveva fatto fare un corso per guide in Terra Santa. Andare in Terra Santa significa ascoltare le pietre, il deserto e il fiume Giordano che parlano», racconta don Mario, testimone con i suoi viaggi in diverse epoche dell’evoluzione della situazione in Medio Oriente. «Sono esperienze che non si dimenticano, la gente che ho accompagnato si ricorda ancora di quei luoghi, stava attenta alle mie prediche».

L’impegno di don Mario non si ferma qui.

Viene chiamato come economo spirituale in 32 parrocchie della diocesi (l’ultima a Curno, dal 2004 al 2005).
«Non è stato semplice, ma la Parola di Dio e la meditazione hanno sempre aiutato».

Ricorda le chiese piene ai tempi delle «missioni al popolo», predicazioni sulla pastorale e la catechesi in diversi periodi dell’anno: «C’era gente con le lacrime agli occhi, vuol dire che si faceva qualcosa di valido. Nei figli e nei nipoti delle persone di allora cosa è rimasto di quelle predicazioni fatte con tanto cuore? Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora la fede sulla terra?», cita il Vangelo di Luca.

Don Mario non nasconde la preoccupazione per i tempi e la Chiesa di oggi, ma il suo sguardo è ottimista per il futuro: «Il bene c’è, è umile e non fa fracasso».

Poi si congeda: «Nei momenti di difficoltà, pensi a questa mattinata». Di luce, in un inverno mite.

 

Articolo di
BENEDETTA RAVIZZA
L’Eco di Bergamo del 31 dicembre 2022

 

 

 

Vedi anche:

Istituto Suore Orsoline di Gandino
don Mario Ravasio festaggia 100 anni
https://orsolinegandino.it/2023/01/01/don-mario-ravasio-festeggia-100-anni-in-casa-generalizia/

Diocesi di Bergamo
Comunità Missionaria dei Preti del Sacro Cuore

https://diocesibg.it/diocesi/comunita-missionarie/comunita-missionaria-preti-del-sacro-cuore/la-storia/